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Dwell time: cos’è il tempo di permanenza e come ottimizzarlo

Scrivere contenuti per le parole chiave giuste non basta: bisogna che le pagine che creiamo siano capaci di trattenere gli utenti. Altrimenti non solo non riusciremo a posizionare bene quel contenuto nei risultati delle ricerche e a renderlo visibile come vorremmo, ma neanche a costruirci un pubblico di potenziali clienti. Conoscere il dwell time ci permette di capire se siamo sulla strada giusta e di aggiustare la rotta se necessario. 

In più, come confermano i documenti interni di Google trapelati nel 2024, il tempo di permanenza influenza anche il posizionamento SEO

Ecco perché in questa guida vedremo cos’è esattamente, in che modo è legato al posizionamento, all’esperienza utente e a metriche come il tempo di coinvolgimento e la frequenza di rimbalzo; ma soprattutto scopriremo come misurarlo, valutarlo e ottimizzarlo.

Cos’è il dwell time

Letteralmente dwell significa sosta, mentre dwell time è il tempo di permanenza in una posizione o un luogo. Quindi, come potrai immaginare, nella SEO e nel web marketing il dwell time è una misura del tempo passato dall’utente su un certo contenuto. Però le cose sono un po’ più complicate di così.

Una definizione più precisa del dwell time di una pagina web è: il tempo che intercorre tra l’arrivo di un utente che ha cliccato su un risultato di ricerca e il suo ritorno alla pagina di ricerca (SERP).

Il dwell time – o tempo di permanenza – è quindi una caratteristica della singola pagina del sito, che però risente anche del comportamento dell’utente sulle altre pagine in cui navigherà prima di tornare sulla SERP. 

Non si tratta di una metrica ma di un concetto astratto, ed è facile confonderlo con altri indicatori del comportamento degli utenti.

Dwell time, tempo di coinvolgimento e rimbalzo

Il dwell time è collegato ad alcune metriche SEO usate per valutare il gradimento e il coinvolgimento degli utenti (user engagement), come il tempo sulla pagina e la frequenza di rimbalzo. Spesso queste metriche vengono confuse o considerate equivalenti mentre sono diverse. Vediamo perché. 

In Universal Analytics esisteva una metrica chiamata tempo sulla pagina, mentre oggi in GA4 troviamo al suo posto il tempo medio di coinvolgimento per utente attivo. Come abbiamo visto nella guida per principianti a Google Analytics, si tratta del tempo che l’utente trascorre in media su quella pagina. Per calcolarlo Google considera tempo di coinvolgimento di ciascun visitatore il periodo in cui la pagina è rimasta in primo piano sul dispositivo. 

Durata Media Coinvolgimento

Qual è la differenza tra tempo di coinvolgimento e tempo di permanenza o dwell time?

Il dwell time di una pagina include tutto il tempo passato sul sito prima del ritorno sulla pagina di ricerca, compreso quello trascorso su altre pagine dello stesso dominio; il tempo di coinvolgimento di una pagina comprende solo il tempo passato su quella pagina. Inoltre il dwell time fa riferimento solo alle visite che arrivano dalla SERP, mentre il tempo di coinvolgimento considera anche altre fonti di traffico, per esempio la newsletter, un’altra landing page, ecc.

Il tempo di coinvolgimento della sessione, invece, è la somma dei tempi di coinvolgimento di tutte le pagine visitate a partire dall’ingresso sul sito e finché dura la navigazione oppure la pagina resta inattiva per 30 minuti.

Un’altra metrica collegata è la frequenza di rimbalzo (bounce rate), che valuta la percentuale di visitatori che abbandonano la pagina senza interagire, cioè senza cliccare su pulsanti o link interni, compilare moduli, ecc.

Bounce Rate Frequenza Rimbalzo

Anche se non sono intercambiabili, dwell time, tempo di coinvolgimento e frequenza di rimbalzo sono strettamente collegati perché valutano da punti di vista diversi il tempo che i visitatori passano su una pagina e sul sito. Di solito a un dwell time elevato corrisponde anche un tempo di coinvolgimento elevato e una bassa frequenza di rimbalzo.

Metrica
Che cosa misura
Fonti di traffico considerate
Dove si trova
Dwell time
Tempo che intercorre tra il clic su un risultato in SERP e il ritorno alla SERP
Solo traffico da motori di ricerca
Non disponibile come metrica
Tempo medio di coinvolgimento
Tempo durante il quale una pagina resta in primo piano sul dispositivo dell’utente
Tutte le fonti di traffico
GA4
Tempo di coinvolgimento della sessione
Somma dei tempi di coinvolgimento di tutte le pagine visitate durante una sessione
Tutte le fonti di traffico
GA4
Frequenza di rimbalzo
Percentuale di sessioni senza interazioni significative
Tutte le fonti di traffico
GA4
Tempo sulla pagina
Tempo medio trascorso su una pagina prima di passare a un’altra o uscire
Tutte le fonti di traffico
Universal Analytics (non più attivo)

Il tempo medio di coinvolgimento è una metrica specifica di GA4 ma esistono indicatori analoghi anche su Matomo Analytics, Hotjar, Microsoft Clarity e altri strumenti simili.

Se usi WordPress, potrebbe esserti utile la nostra guida per collegare il tuo sito a Google Analytics in modo rapido.

L’importanza del dwell time per la SEO

Da sempre il tempo di permanenza è stato ritenuto un fattore di ranking dalla maggior parte degli esperti SEO, ma Google non lo ha mai confermato e, anzi, alcuni suoi noti portavoce lo hanno esplicitamente negato per anni. 

Nel 2024 però, alcuni documenti interni di Google sono stati resi pubblici ed è trapelato che i dati sui clic e user engagement possono incidere in modo significativo sulla valutazione per il posizionamento di una pagina. 

I documenti non parlano in modo diretto di tempo di permanenza, ma ci dicono che sono considerati segnali positivi i long clicks, cioè i clic seguiti da una lunga permanenza. 

Sono invece segnali negativi gli short clicks, cioè i clic seguiti da una breve permanenza, e il pogo-sticking, che si verifica quando l’utente salta da un sito all’altro passando attraverso la SERP, in pratica effettuando una serie di short clicks consecutivi.

Quanto a Bing, ha sempre affermato di considerare un dwell time breve un segno che l’utente non ha apprezzato il contenuto su cui è arrivato.

Perché è importante conoscere il tempo di permanenza

Che sia un fattore di ranking ufficiale o meno, il tempo di permanenza è un importante indicatore della qualità percepita dall’utente. Ecco perché conoscere il dwell time delle tue pagine può aiutarti a produrre contenuti sempre più in linea col tuo target e a migliorare l’esperienza utente. In più ti consente di:

  • capire se il contenuto risponde davvero all’intento di ricerca;
  • individuare pagine che attirano clic ma non soddisfano le aspettative dell’utente;
  • scoprire dove qualcosa non va nell’esperienza utente, soprattutto nei primi secondi di apertura della pagina;
  • migliorare il piano editoriale, perché puoi scegliere con più cognizione di causa la tipologia e la lunghezza dei tuoi prossimi contenuti;
  • interpretare meglio le metriche relative al comportamento dell’utente e avere un quadro più completo. 

Perché un dwell time basso non è sempre un problema

Non sempre un tempo di permanenza basso corrisponde a una scarsa soddisfazione dell’utente. Infatti a volte le persone stanno poco tempo su una pagina perché hanno trovato subito l’informazione che stavano cercando. Per esempio alcuni utenti possono essere alla ricerca di una risposta rapida, come un prezzo o una temperatura, altri magari sono già esperti di un certo argomento e vogliono solo rinfrescarsi le idee. Oppure può esserci chi sta confrontando prezzi o cercando una fonte di ispirazione o una pagina che aveva già visitato.

Al contrario può capitare che il tempo di permanenza sia lungo perché l’utente non riesce a trovare quello che sta cercando. 

Inoltre il tempo di permanenza non è un indicatore preciso della qualità del singolo contenuto perché ingloba anche il tempo passato su altre pagine dello stesso dominio. Quindi, anche se è riferito alla singola pagina, è indissolubile dalla qualità generale del sito e dalla facilità di navigazione.

Per avere un quadro completo del gradimento dei contenuti è sempre meglio affiancare alle analisi quantitative di Google Analytics, Matomo e simili strumenti per l’analisi qualitativa del comportamento dell’utente. Se usi WordPress puoi seguire le nostre guide per sfruttare le mappe di calore di Hotjar e Microsoft Clarity Analytics per capire come si muovono sulle pagine i tuoi visitatori.

Come misurare il dwell time

Visto che non si tratta di una metrica vera e propria definita da Google, non esiste un metodo ufficiale per calcolare il tempo di permanenza. È comunque possibile misurare il dwell time in modo indiretto, o meglio farsi un’idea del tempo di permanenza a partire dalle metriche di Analytics, dopo averle filtrate.

Misurare il tempo di permanenza medio in Analytics

La metrica SEO che più si avvicina è la durata del coinvolgimento media per utente attivo per il periodo di tempo selezionato, che trovi nei report, nella sezione Coinvolgimento > Panoramica.

Visto che i valori di questa metrica conteggiano anche le visite che non arrivano dalla SERP, per vedere il dwell time bisogna impostare un filtro sulla provenienza del traffico e limitarlo a quello in arrivo dai risultati organici di Google o altri motori di ricerca.

Per creare il filtro, che qui si chiama Confronto, fai clic sulla seconda icona tra gli strumenti che si trovano sulla destra sopra il grafico.

Analytics Panoramica Coinvolgimento Confronti

Usa il pulsante Crea nuovo.

Analytics Crea Nuovo Confronto

Qui imposta:

  • come Dimensione “Sorgente / mezzo sessione”
  • come Tipo di corrispondenza “corrisponde esattamente a”
  • come Valore “google / organic”.
Dwell Time Analytics Confronto Google Organic

Vedrai che nel grafico è comparsa una nuova curva arancione che rappresenta la durata media del coinvolgimento dei soli utenti arrivati dalla SERP di Google.

Misurare Dwell Time Google Analytics

Con lo stesso procedimento possiamo limitare l’analisi anche agli utenti organici in arrivo da Bing, Yahoo, Ecosia, e Google Play

Tieni conto che non c’è modo di ottenere gli esatti valori del dwell time perché Google Analytics non rileva il ritorno degli utenti sulla pagina di ricerca. In ogni caso da questa schermata possiamo farci un’idea del livello di soddisfazione dei visitatori del sito.

Misurare il tempo di permanenza per pagina in Analytics

In GA4 possiamo farci un’idea del tempo di permanenza per pagina nella sezione Coinvolgimento > Pagine e schermate. Qui trovi la Durata media del coinvolgimento per utente attivo per le singole pagine, che nella tabella sono elencate nella colonna in basso a sinistra.

Il grafico mostra una curva per ciascuna pagina.

Google Analytics Durata Media Coinvolgimento Pagina

Per ottenere un valore che si avvicina di più a quello del dwell time possiamo aggiungere anche qui il Confronto che abbiamo già visto: Sorgente/mezzo sessione corrisponde esattamente a google / organic

Il risultato sarà una tabella come questa:

Google Analytics Durata Media Coinvolgimento Pagina Serp

Il grafico non mostrerà più il coinvolgimento per singola pagina ma due curve per l’intero sito, con e senza il filtro.

Se vuoi capire meglio come funziona questo strumento, leggi la nostra guida a Google Analytics per principianti. In alternativa il tempo di permanenza si può misurare, sempre in modo indiretto, attraverso Google Tag Manager.

Altri indicatori che misurano la soddisfazione dell’utente

Come Google Analytics, anche gli strumenti per le heatmap come Microsoft Clarity e Hotjar non misurano esattamente il tempo di permanenza ma offrono metriche simili che danno un’idea della soddisfazione dell’utente, per esempio:

  • il tempo in cui l’utente è attivo con movimenti del mouse, clic o scorrimenti;
  • il tempo passato sulla pagina in media;
  • la durata della sessione;
  • la Scroll depth, cioè la profondità di lettura ossia il punto più basso della pagina visualizzato dall’utente;
  • i Rage clicks, cioè clic ripetuti che indicano frustrazione; 
  • gli U-turns, cioè i ritorni immediati alla pagina precedente.

Come valutare il tempo di permanenza

Se non sai come valutare il dwell time delle tue pagine, tieni conto che il tempo di permanenza è considerato:

  • pessimo se sotto i 5 secondi
  • scarso se tra i 5 e i 30 secondi
  • accettabile tra 30 secondi e 1 minuto
  • buono se compreso tra 1 e 2 minuti
  • ottimo se supera i 2 minuti.

Ma per fare una valutazione corretta bisogna considerare la tipologia e la lunghezza del contenuto e il settore di appartenenza. Per esempio una guida dettagliata come quelle che trovi su SupportHost ha un tempo di lettura superiore rispetto a un articolo di 500 parole, per cui dobbiamo aspettarci anche un tempo di permanenza superiore.

Può essere utile anche trovare valori di riferimento per valutare il dwell time in base al settore di appartenenza del sito.

Se sono disponibili per il tuo account, puoi sfruttare i dati di benchmarking di Google Analytics. Per vederli nella tua proprietà entra nel tuo account e vai in Amministrazione > Dettagli account.

Google Analytics Impostazioni Account

Controlla che sia attiva l’impostazione Contributi alla generazione di modelli e approfondimenti sull’attività.

Google Analytics Dettagli Account Generazione Modelli

Puoi scoprire di più sui dati di benchmarking nella documentazione ufficiale di Google Analytics.

Come ottimizzare il tempo di permanenza

Per migliorare il tempo di permanenza di una pagina del tuo sito, devi convincere gli utenti che ci arrivano a restarci il più a lungo possibile e, se riesci, anche a visitare altri contenuti del tuo sito.

Il fattore chiave per ottimizzare il dwell time è centrare l’intento di ricerca. Bisogna andare oltre la parola chiave digitata dall’utente e capire bene non solo su quale argomento sta cercando informazioni ma anche che tipo di informazioni si aspetta e in quale formato. 

Una volta fatta la ricerca delle parole chiave per il piano editoriale, bisogna esaminare le SERP per vedere che tipo di contenuto produrre per ciascuna chiave di ricerca: distinguendo le parole chiave per cui la maggior parte degli utenti di Google cercano una definizione rapida da quelle per cui cercano un articolo teorico o una guida pratica passo passo, un confronto tra più soluzioni, ecc. 

Ricorda che i contenuti lunghi hanno maggiore probabilità di trattenere le persone sulle pagine, anche se è inutile scrivere un contenuto lungo per una parola chiave che richiede una risposta veloce. La lunghezza giusta è quella che ti permette di soddisfare completamente l’intento di ricerca: in caso contrario l’utente tornerà presto sulla SERP a cercare le informazioni che gli mancano.

Per non creare false aspettative che fanno scappare subito i visitatori mantieni la massima coerenza tra il titolo SEO e la meta descrizione e il contenuto reale della pagina. Sfrutta la parte superiore della pagina (above the fold) per invogliare le persone ad andare oltre, usando ganci (hook) e anteprime che diano alle persone un motivo per continuare la lettura.

Se vuoi che il contenuto venga letto fino in fondo, però, l’intera esperienza utente (UX) deve essere ottimale. Per esempio è imprescindibile curare la leggibilità dei testi sia con i dovuti spazi bianchi che usando parole semplici e precise, anche se il lessico e la complessità delle frasi possono variare a seconda del pubblico di riferimento e del settore. 

Come abbiamo spiegato nella guida per migliorare l’esperienza utente su WordPress, la UX è fatta di tanti aspetti che comprendono anche la misura e l’ottimizzazione della velocità delle pagine web, la scelta del giusto layout per il sito e un’attenta pianificazione della navigazione interna, a partire dall’implementazione di un menù di navigazione efficace. Anche i link interni e i contenuti suggeriti pertinenti sono apprezzati dai visitatori e fanno sì che l’utente resti sul sito anche dopo aver finito di leggere la pagina su cui è atterrato.

Per aumentare il dwell time è utile anche prevedere una sezione commenti, che ha il duplice effetto di aumentare il tempo sulla pagina sia di chi scrive i commenti che delle tante persone che si soffermano a leggerli per curiosità.

Alcuni contenuti funzionano meglio con il pageless design, un layout che prevede lo scorrimento “infinito” della pagina (infinite scroll). Quando l’utente non sta cercando un’informazione precisa ma vuole farsi un’idea generale su un argomento, o sta leggendo un contenuto narrativo o “ispirazionale”, poter sfogliare senza interruzioni può indurlo a restare più a lungo sulla pagina.

Un consiglio intramontabile per aiutarti ad aumentare il tempo di permanenza è inserire video o contenuti audio correlati, che possono essere usati sia per dare all’utente la possibilità di scegliere in che modalità ricevere le informazioni, sia per offrire degli approfondimenti. 

Sapevi che i podcast si possono incorporare anche in WordPress? Ne abbiamo parlato in una delle nostre guide.

Sono utili anche altri elementi interattivi, purché siano adatti al contenuto. Per esempio su WordPress è facile inserire quiz o altri tipi di moduli interessanti per i visitatori con i plugin per i form.

Errori comuni che abbassano drasticamente il dwell time

Vediamo una serie di errori che devi assolutamente evitare per non far calare in modo drastico il dwell time delle tue pagine web. 

  • Avere un sito lento. Una buona velocità di caricamento è indispensabile per non far scappare gli utenti dal sito, per questo un hosting efficiente è la base di un tempo di permanenza lungo.
  • Usare titoli SEO, H1, meta descrizioni e descrizioni brevi (excerpt) che non rispecchiano il reale contenuto della pagina o creano aspettative che la risorsa non può soddisfare.
  • Non curare il design del sito, soprattutto su mobile: per esempio implementare un layout confuso o troppo pieno, inserire pop-up invadenti, lasciare poco spazio bianco. Ti consiglio di dare un’occhiata a questa carrellata di esempi di siti web efficaci per farti un’idea di come presentare i tuoi contenuti al meglio. 
  • Creare testi non leggibili per via di caratteri e colori non adatti, interlinee troppo strette e muri di testo senza la giusta spaziatura.
  • Non far capire subito all’utente che la pagina soddisfa il suo intento di ricerca.
  • Non proporre link interni che permettono di approfondire o di esplorare argomenti correlati: così si spinge l’utente a tornare sulla SERP per cercare altre informazioni.
  • Non applicare le regole della scrittura per il web e della SEO on-page

Conclusioni 

In questa guida al dwell time abbiamo visto che il tempo di permanenza degli utenti su una pagina web può aiutarci a capire come rendere i contenuti più fruibili e interessanti per il pubblico che vogliamo costruire. Dati di questo tipo ci indicano quali risorse ottimizzare e ci danno spunti per creare piani editoriali più efficaci. In più ci suggeriscono dove cercare problemi di UX da risolvere.

Qui abbiamo scoperto anche come misurare il dwell time indirettamente attraverso le metriche di coinvolgimento e i filtri di Google Analytics o gli indicatori dei software per le mappe di calore; o anche come attivare i dati di benchmarking di GA4 per poter fare un confronto.

E tu stai già valutando il tempo di permanenza delle tue pagine? Trovi che ti stia aiutando a migliorare la SEO e a costruire una community? Se ti va, raccontacelo nei commenti.

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